Cinque anni. Cinque anni da quelle notti di sirene, di bollettini di morte sparati in televisione come fossero annunci pubblicitari. Cinque anni dai camion dell’esercito che sfilavano tra le strade di Bergamo, portando via le bare come una processione senza testimoni, senza pianti, senza funerali.
Allora ci dicevano che era necessario. Che era per la sicurezza di tutti. Che quei corpi dovevano essere sigillati, cancellati, negati. E mentre l’Italia intera guardava attonita quelle immagini, nelle case delle vittime regnava il silenzio. Nessun addio, nessuna carezza sul volto freddo di un genitore, nessuna ultima parola sussurrata all’orecchio di chi stava andandosene, solo un telefono che squillava a vuoto nei reparti blindati.
Le regole erano chiare: niente visite, niente conforto, niente verità. Solo un sacco nero riconsegnato con l’ordine di non aprirlo. Un corpo trasformato in un fardello, un essere umano ridotto a un numero in una statistica. Quanti di loro sono morti davvero di Covid? Quanti sono stati lasciati morire in solitudine? Quanti non hanno mai ricevuto cure adeguate perché “così dicevano i protocolli”?
Oggi ci dicono di dimenticare. Di andare avanti. La memoria di quei giorni si sta sciogliendo come neve al sole, annegata nell’indifferenza di chi vuole solo “ricominciare”. Ma per chi ha vissuto quel dolore senza poterlo nemmeno toccare, senza poterlo seppellire con dignità, il tempo non guarisce. Il tempo diventa un bozzolo di rabbia e domande senza risposta.
Il lutto negato è una ferita aperta. È un grido strozzato, un pianto mai versato, un incubo che torna nelle notti di chi ha perso qualcuno senza poterlo vedere. Eppure, su questo dolore è calata una cappa di silenzio. Nessun giornalista chiede più, nessun politico osa parlarne. E chi lo fa viene subito ridicolizzato, tacciato di negazionismo, accusato di voler “strumentalizzare”.
Ma c’è una verità che non può essere sepolta. Una verità che Playmastermovie e il regista Alessandro Amori ha raccontato nel documentario “La morte negata”, che non nasce per commemorare ma per denunciare. Per infrangere il muro di omertà, per chiedere conto di quello che è stato fatto, per dare voce a chi è stato zittito.
Perché la storia non è fatta solo di ricordi. È fatta di giustizia. E finché questa giustizia non verrà pretesa, quei camion continueranno a sfilare nella memoria collettiva come spettri in un incubo senza fine.