Julian Assange, l’hacker-giornalista che scelse di scendere nella tana del Bianconiglio

Dal 2010 Assange ancora non vede la luce ma almeno gli è stata risparmiata l’estradizione negli Usa.

Aveva solo 17 anni quando nel 1989, con il nome da hacker Mandex, riesce ad entrare nel sistema informatico di organizzazioni finanziarie, nella rete americana “Milnett” e in quella della Nasa alla ricerca di informazioni top secret, mentre è del 1991 la divulgazione di un’azione militare americana contro 400 civili iracheni. 

Da allora il giovane Assange non si fermerà più in quella che per lui diventa una missione di vita: svelare le verità scomode tenute segrete. 

Nel 2006 fonda WikiLeaks, letteralmente “fuga di notizie”, un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro, a cui collaborano giornalisti, attivisti, scienziati, ma anche liberi cittadini, con la finalità di portare alla luce comportamenti non etici di governi, politici, banche e aziende. 

Nel 2007 sale alla ribalta rivelando le disumane condizioni di prigionia dei detenuti nella prigione americana di Guantanamo. Ma la sua opera comincia ad essere decisamente fastidiosa all’establishment quando nel 2010 fornisce a molti giornali, che le rilanciano, notizie scottanti sull’operato americano in Afghanistan nei confronti di civili e di nemici talebani uccisi sommariamente.

Fango mediatico, delegittimazione e accuse bizzarre di molestie sessuali (in seguito cadute) cominciano a fioccare contro il fondatore di WikiLeaks, che per evitare una pericolosa estradizione in USA, decide di costituirsi alle autorità britanniche. Era il 7 dicembre 2010.

Il 19 giugno 2012 riesce ad entrare travestito nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, dove rimane fino all’aprile del  2019, quando il nuovo Presidente eletto gli revoca la protezione e la cittadinanza ecuadoriana ri-consegnandolo alle autorità britanniche. 

Da allora è stato detenuto illegalmente oltre i termini della pena previsti nella prigione di massima sicurezza di Belmaresh, in regime di totale isolamento. 

Nel maggio 2019 l’inviato dell’Onu contro le torture Nils Melzer lo va a trovare e rileva “sintomi di tortura psicologica” aggiungendo che la sua vità è in pericolo.  

La guerra moderna è una guerra di informazione

Nel frattempo l’organizzazione WikiLeaks continua la sua opera di pubblicazione di crimini di stato in Tibet, in Turchia, nei Paesi Arabi, e Kenia, di documenti riservati, come i 9000 della Cia, mentre rimangono clamorose le informazione contenute nelle mail della candidata alle elezioni Usa Hillary Clinton (ultimamente riproposte).

Numerosi film e documentari vengono girati in suo onore, come quello del 2012 di Robert Connolly, Underground, ispirato a un libro del 1997 – che mi piace pensare possa in parte aver ispirato i personaggio degli hacker nel film Matrix (1999) – o quelli di Laura Poitras, o di Alex Gibney, in cui interpreta se stesso. 

Ma Hollywood si prodiga per screditarlo con il  film di ben maggiore diffusione Il Quinto Potere, del 2013, che lo stesso Assange in una lettera al protagonista definisce come un tentativo di “nuocere all’organizzazione, di rappresentare me e il mio lavoro in una luce negativa e di distorcere la realtà per sottrarla alla conoscenza del pubblico”. 

Il peggior pericolo per Assange è l’estradizione richiesta dagli USA

La corte di giustizia del Texas lo aspetta con 18 capi di accusa per spionaggio e pirateria informatica. Assange rischia 175 anni di carcere o addirittura la pena di morte.

Arriviamo ai giorni nostri. Con sollievo di tutte le testate indipendenti e di tutti gli assertori della libertà di espressione e di stampa, e con “estrema delusione” da parte degli Usa, il 4 gennaio 2021 la giudice inglese Baraitser si pronuncia contro l’estradizione di Assange per motivi di salute e per il fondato rischio di suicidio riscontrato nel detenuto, qualora venisse estradato. 

E’ vero che la giudice non ha fatto menzione del diritto alla libera espressione né alla libertà di stampa nel suo pronunciamento, e che il 6 gennaio non ha concesso la libertà su cauzione ad Assange, tuttavia questa sentenza rimette in ballo il futuro del giornalismo e riapre la speranza per colui che è a tutti gli effetti un eroe moderno, icona della libertà di pensiero e paladino nella ricerca della verità contro le ingiustizie e il politically correct “democraticamente” imposto.

Se sempre più persone si sveglieranno dopo aver preso una pillola rossa di verità svelata, sia pur scomoda, senza orpelli, ma nella sua luminosa essenzialità, ci sarà speranza per il libero pensiero. La massa critica degli spiriti liberi aumenterà di peso e la bilancia della giustizia troverà un suo più equo assetto. 

Come sottolinea Morpheus quando dice a Neo “ti sto offrendo la verità, ricordalo, niente di più”, non sempre è comodo mettere in discussione ciò che ci viene propinato a reti unificate dal pensiero unico globalizzato, ma sappiate che un domani non si potrà dire “non sapevamo”.

La verità c’è, sempre. Va solo cercata.

Se non vi sentite di saggiare in prima persona la profondità della tana del bianconiglio, almeno sostenete chi si avventura e svolge la missione del libero giornalista facendo rimbalzare questa vicenda nei vostri social e magari permettendo l’esistenza e l’autonomia di siti di giornalismo indipendente.

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FONTI:

https://www.internazionale.it/notizie/jerome-hourdeaux/2021/01/05/assange-sentenza-estradizione

https://it.wikipedia.org/wiki/WikiLeaks

https://www.agi.it/estero/news/2021-01-05/storia-assange-wikileaks-prigione-accuse-estradizione-10902349/

https://www.peacelink.it/cultura/a/47664.html

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