La guerra dei social network

Da sempre i media vengono utilizzati per le propagande di ogni regime, che sia manifesto o meno, e non poteva essere così anche oggi, dove la propaganda del pensiero unico, si serve non solo di tv e giornali, ma ora anche dei social network che in questi ultimi 10 anni si sono conquistati il posto d’onore nell’olimpo dei media. Per anni ci hanno abituato a pensare ai social come piattaforme libere, oggi ci mostrano il loro vero volto svelandosi come soggetti editoriali a tutti gli effetti. Succede così che gli account di Twitter e Facebook del presidente degli Stati Uniti, ancora in carica fino al 20 gennaio, vengono oscurati per il rischio di violenze generalizzate. Tralasciando i motivi che vedevano Trump denunciare i brogli elettorali è un atto che di democratico ha ben poco a che fare.

E così ci ritroviamo con un potere accentrato in poche piattaforme digitali: Google, YouTube, Facebook, Twitter, Instagram e Whatsapp, il social quest’ultimo, più usato al mondo. E proprio Whatsapp in questi giorni mette i suoi utenti di fronte alla scelta di accettare i termini di condizione della privacy, pena il suo inutilizzo. Ora, che i nostri dati siano sempre stati di dominio dei social e che hanno venduto ad aziende private, questo è risaputo da anni, ma quello a cui ci mettono di fronte oggi è a tutti gli effetti un ricatto. La stessa logica a cui ci sottopongono quotidianamente e su più fronti, vedi vaccini ad es.

Tornando a Trump, durante la tanto contestata campagna elettorale per la presidenza statunitense, già Twitter cancellò alcuni post del presidente, cosa che creò una certa insofferenza nel suo elettorato, che cominciò timidamente a migrare in un social dalla policy decisamente più tollerante, il neonato Parler. Oggi, dopo la definitiva cancellazione dell’account di Trump, un’intera colonia di utenti decide di spostarsi in massa da Twitter al nuovo social più democratico.

Amazon, altro gigante di questo oligopolio, ha pero’ comunicato di aver trovato 98 post sul sito di Parler che incoraggiano alla violenza. Amazon, Apple e Google hanno quindi rimosso l’app dai loro store, con la conseguenza che, se Parler non troverà entro breve una piattaforma dove poggiare l’intera rete, andrà offilne, cosa che potrebbe essere già avvenuta nel momento in cui leggete questo articolo. E poco importa se da sempre su Youtube, Facebook e Instagram è possibile trovare contenuti offensivi e oltraggiosi dei più basilari principi e diritti universali, il concetto che passa è che loro hanno il potere di farlo. Un potere che in definitva gli abbiamo dato noi utenti e che ha consentito loro di aumentare, dal primo lockdown ad oggi, il loro fatturato, mentre piccole aziende imprese e piccoli esercizi vedevano diminuire drasticamente i loro introiti.

Quello che è successo a Donald Trump è solo l’accaduto più eclatante che mostra come la censura sia sempre stato, ieri come oggi, il mezzo più efficace per uniformare tutte le sfumature relative al pensiero unico. Come in Italia dove pochi giorni fa le pagine Facebook del movimento Siamo e dell’Associazione Comilva, che da anni si battono per il diritto alla libertà di scelta in ambito vaccinale, sono state chiuse senza alcuna motivazione e preavviso con il plauso del solito Burioni.

Diversi sono quindi i motivi per cui in molti meditano di abbandonare i soliti social network per atterrare su piattaforme più democratiche e libere da censure. I social network, piaccia o no, rappresentano un nuovo livello di comunicazione e in molti non sono disposti a perderne i benefici. A questo punto però muoversi nella giungla dei nuovi social diventa un’impresa assai ardua. Tanta è l’offerta in continua crescita e tanti anche i dubbi e le preoccupazioni per quello che potrebbe presentarsi come l’ennesimo gate keeper in grado di intercettare la massa per poi scaricarla e disperderla nuovamente. Dubbi leciti se consideriamo che una rivista come Wired, da sempre allineata al pensiero mainstream si preoccupa di dare informazioni al popolo di Whatsapp che decide di migrare su Signal. Vedi qui l’articolo https://www.wired.it/internet/web/2021/01/08/whatsapp-signal-chat-gruppo/

Noi di Playmastermovie dopo la minaccia concreta da parte di YouTube di chiudere il nostro canale abbiamo creato una piattaforma che potesse ospitare i nostri contenuti e gli articoli di blogger e artisti, come Dario Musso. Puoi visitare la piattaforma qui www.playmastermovie.com. Ma questo non basta, per rendere i contenuti accessibili ai più diventa indispensabile diffonderli sui social network. Mi sono quindi fatto un giro sul web e condivido con voi quello che ho scoperto su alcuni social alternativi:

Parler è un social network statunitense, che si presenta come alternativa a Twitter. Bollato dal mainstream come social network di estrema destra è stato lanciato nell’agosto 2018 dal suo fondatore John Matze che ha dichiarato“Su Parler non c’è censura, non ci sono fact chceckers e nessuna segnalazione che dice alle persone cosa dire e pensare”. Le regole imposte vietano di fare spam, non si possono sostenere organizzazioni terroristiche e non è possibile diffamare o minacciare danni fisici. Sono vietati anche i post di pornografia.

Gab ha una storia travagliata, anch’esso tacciato di estremismo fa concorrenza a Twitter e come Parler sta accogliendo gli utenti in fuga da Twitter, a detta dello stesso social; 10.000 nuovi utenti ogni ora con 18 milioni di visite in più dal giorno in cui Parler è stato bannato. Nel 2017 l’app di Gab venne rimossa dal Google Play Store per aver violato la sua politica sull’incitamento all’odio. Venne poi rifiutato dall’App Store di Apple per motivi correlati e nel 2018, il sito web è stato abbandonato anche dal suo host di dominio originale, Go Daddy, quando venne rivelato che un uomo armato accusato di aver ucciso 11 fedeli in una sinagoga di Pittsburgh postava frequentemente sul sito. La differenza fondamentale da Parler è che Gab ha un proprio server, il che significa che i dati degli utenti non vengono archiviati con piattaforme di hosting Big Tech come Amazon AWS o Google Cloud. “È archiviato su server di nostra proprietà” dice Andrew Torba, il CEO di Gab.

Signal si presenta come l’alternativa a Whatsapp e Telegram e grazie alla crittografia end-to-end, oltre a proteggere i messaggi di testo, di immagini e audio e video protegge le conversazioni telefoniche tra gli utenti dell’app stessa. Rispetto alle due più famose viene considerata più sicura e più attenta alla privacy.

Sfero, il social rivoluzionario tutto italiano. Il punto forte di questo social sta nel fatto che non vengono utilizzati i cookie e quindi gli utenti non vengono tracciati. Simile a Facebook si presta anche come alternativa al più tradizionale blog in quanto lo stesso Sfero si preoccupa di creare un adeguato posizionamento SEO nei motori di ricerca.

Stessa policy per Mewe, il social che promette di non tracciare gli utenti. Non ha pubblicità e vive di prodotti venduti come emoji e chat segrete che possono essere aperte per pochi centesimi al mese. Ad oggi sembra l’alternativa più gettonata a Facebook.

Vk.com è invece la copia russa di Facebook, interfaccia simile così come i suoi giochini. Può essere sfruttato per il business e permette anche la condivisione di musica e film (spesso piratati).

Per i motori di ricerca segnalo il francese Qwant, un competitor di Google che non vuole i nostri dati, non utilizza i cookie e protegge l’anonimato. Uno dei suoi fondatori Rozan spiega: “digita Obama su Google e la maggior parte dei risultati sarà lo stesso di ieri, invece i nostri cambiano in continuazione”.

Questa lista non è completa e non tiene conto delle micro realtà che muovono ora i primi passi in quella che potrebbe designarsi come l’epoca dei social network, di cui questi dieci anni possiamo considerarli come solo l’antipasto di cio’ che verrà. Da un Tweet il social Gab dichiara “L’esodo dalla Silicon Valley è appena cominciato e il meglio deve ancora venire”.

Se a questo aggiungiamo la dichiarazione dello sconfitto Trump in cui dichiara che aprirà un suo social allora abbiamo tutti gli ingredienti per quella che si preannuncia essere la guerra dei social network.

Fonti: https://www.businessinsider.com/gab-reports-growth-in-the-midst-of-twitter-bans-2021-1?IR=T

Fonte: https://www.iltempo.it/esteri/2021/01/09/news/twitter-chiude-account-donald-trump-istiga-violenza-cospirazione-nuova-piattaforma-social-25808520/

Fonte: https://gab.com/ascelan/posts/105188876946538933

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su telegram
Telegram
Condividi su whatsapp
WhatsApp

Fare informazione è un lavoro a tempo pieno che richiede molte energie e risorse. Insieme possiamo creare un maggiore impatto nella coscienza collettiva, insieme siamo più forti!

Iscriviti alla Newsletter per rimanere aggiornato sulle novità e sui servizi che offriamo. L'informazione libera è un diritto che tutti devono avere.