I social e la morte dell’arte

Questo primo scorcio del XXI secolo sta vedendo qualcosa di realmente drammatico: la morte dell’arte. Sai che novità, potrebbe dire qualcuno: in ogni epoca è stata proclamata la “morte dell’arte”.

In realtà nei tempi passati la cosiddetta “morte dell’arte” era proclamata dai conservatori che in realtà non si rassegnavano al cambiamento di canoni artistici: le generazioni che amvano l’opera lirica consideravano il jazz come la morte della musica. Gli occhiuti critici ottocenteschi consideravano spazzatura i nuovi generi letterari del poliziesco e dell’horror i cui alfieri furono due autori oramai classici come Edgar Allan Poe e Sir Arthur Conan Doyle. Per non parlare del fumetto.

Ma era solo un cambiamento di linguaggio. In realtà il XX secolo ha visto un arricchimento di diversi linguaggi artistici e addirittura la nascita di nuove espressioni artistiche quali il cinema e il fumetto. Quello che gli ultraconservatori non compresero è che invece l’arte si allargava. E queste nuove arti acquisirono un posto nell’inconscio collettivo: Guerre Stellari e Superman, per fare degli esempi, sono parte del nostro DNA come l’Odissea o la Monna Lisa.

Dalla metà degli anni ’10 del XXI secolo invece assistiamo ad un fenomeno inconcepibile: il crollo d’interesse verso ogni forma artistica, in particolare quelle “narrative” che reggevano ancora molto bene.

I cinema si svuotano, non ci sono più film che segnano il nostro immaginario collettivo. Eppure le ultime icone del cinema (Leonardo Di Caprio e Kate Winslet sulla prua del Titanic, Uman Thurman con la spada da samurai, Russel Crowe nel Colosseo) risalgono all’altro ieri, e idem si dica per l’ultimo grande mito letterario, ovvero Harry Potter.

Ad oggi le giovani generazioni, non tanto più giovani di quei bambini che andavano matte per il maghetto con gli occhiali di Hogwarts, fanno fatica a leggere i fumetti. Fanno fatica a seguire la trama di un film di due ore.

Cosa accade?

Probabilmente la “colpa” è dei social. E non solo perché l’abitudine a leggere stati brevi su Facebook o Instagram, o l’abitudine a video brevi su YouTube ha ridotto la capacità di concentrazione. Il discorso è più complesso.

Il social ha messo in piazza l’ego. Cosa ci importa di Ulisse o del conte Dracula quando possiamo parlare di noi stessi? E quindi la bolletta da pagare o lo sfogo contro questo o quel politico sostituiscono le indagini di Sherlock Holmes o le imprese notturne di Batman.

“Tutto a posto, sono favole”. Magari per molti questo potrebbe essere addirittura un progresso, perché ci si libera da “distrazioni”.

Basterebbe masticare un attimo Jung per sapere che l’arte e il mito forniscono archetipi che aiutano a comprendere la nostra anima.

Ecco il punto: l’anima.

Non tanto la distruzione dell’anima, quanto non capirla più. Perché amavamo queste storie? Perché questi personaggi-simbolo, dagli eroi omerici ai supereroi dei fumetti, scandagliavano una parte di noi. Oggi questo non avviene più.

Sbattiamo in faccia al mondo il nostro io perché non siamo più in grado di fare i conti con i recessi della nostra anima.

Platone prediceva la morte dell’espressione artistica solo in un momento di evoluzione spirituale talmente alto per cui non avremmo più avuto bisogno di “simulacri” perché oramai si aveva accesso diretto al mondo delle idee. L’arte serviva come “tramite” così come l’icona serve a mettere in contatto, tramite forme materiali, l’uomo con Dio. Ma la “democrazia” attuale non è una cercare di trarre in alto, ma un livellamento verso il basso.

Il social ha aiutato questo livellamento verso il basso: parliamo di noi stessi e parliamo del “potere” dividendoci in tifoserie, senza accorgerci di glorificare quel potere. Non cerchiamo il nostro io, ma il nostro ego. Il social poteva essere un valido strumento per far circolare idee (e qualche volta, in utenti più consapevoli, così è stato) ma ha preso la direzione, quasi certamente voluta dall’alto, di un gigantesco bar dello sport o di un’arena dove i polli di Renzo (di manzoniana memoria) si scannano sotto lo sguardo compiaciuto del potere.

E ora è venuto il momento di mandare in pensione anche il social classico come Facebook che comunque, con tutti i suoi difetti, era comunque una piccola agorà dove un minimo di scrittura esisteva e non era del tutto passivo. Ora è il momento di Tik Tok, con video brevissimi, stordenti e, soprattutto, fatti da “creatori di contenuti” che ti rendono un mero consumatore passivo.

Tutto questo ovviamente non porterà a nuove altezze musicali o a nuovi archetipi, ma sarà un ulteriore passo nel livellamento verso il basso.

Andrea Sartori

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